• Valentina Bianca Maria Alajmo

I FIGLICIDI. TRA FOLLIA E NORMALITÀ DI UN GESTO INCOMPRENSIBILE


Che cosa porta queste donne a compiere un gesto così mostruoso ed estremo? Si tratta di casualità? Dobbiamo parlare di destino, oppure alla base ci possono essere ragioni precise, da ricercare nell’ambito psicologico più profondo?


Resnick (1969) ha definito il figlicidio propriamente detto come l’atto omicida attuato dalla madre nei confronti del figlio dal primo giorno di vita in poi. Diversamente dal neonaticidio, la madre che commette figlicidio ha già istaurato, più o meno profondamente, un rapporto con il bambino e di conseguenza anche le motivazioni sottostanti sono differenti. Resnick è dell’opinione che il rischio per un bambino di essere ucciso dai propri genitori diminuisce con l’aumentare della sua età. In altre parole, il bambino è più vulnerabile quando il rapporto madre-figlio non ha ancora raggiunto un legame solido e un solido attaccamento materno.


COSA SCATENA LA FURIA OMICIDA?


Il periodo di vita più a rischio è rappresentato dal primo anno di vita del bambino. La madre uccide prevalentemente nella prima settimana dalla nascita mentre il padre nel corso dell’infanzia. Oltre ¼ degli infanticidi sono agiti dalle madri contro bambini che hanno meno di un anno di età. Le madri che uccidono i figli sono solitamente donne di età maggiore di 25 anni.


Essere madre porta con sé, accanto alla gioia, molte angosce, paure, difficoltà, rabbia, insofferenza, che le donne da sole non sempre possono affrontare, soprattutto quando questi sentimenti diventano insormontabili, arrivando a travolgerle (www.stateofmind.it)


«Sono due i binari che possono portare una madre a compiere un figlicidio», spiega lo psichiatra Mastronardi. «Il primo - continua - è quello della franca psicopatologia: la donna arriva a compiere quell’atto estremo senza intendere e volere. Siamo quindi di fronte a casi psicopatologici: depressione post-partum, depressione maggiore, schizofrenia, epilessia. In quest’ultimo caso mi riferisco al cosiddetto equivalente epilettico, che in casi rari può arrivare a compiere atti inconsulti». Infatti, i neurologi concordano nel ritenere che l’epilessia non possa causare di per sé comportamenti criminosi.


C’è poi quel secondo e agghiacciante binario. «Ci sono mamme che uccidono guidate da quella che ho ribattezzato “follia mostruosa della normalità razionale”. dice Mastronardi. «In questo caso - continua - il figlicidio è un atto razionale, lucido e consapevole». Tra le cause si possono identificare:

  • L’abbandono da parte del compagno: vendetta. A scatenare la furia omicida possono essere eventi particolarmente stressanti per la donna. «L’abbandono di un compagno, ad esempio, può essere all’origine della cosiddetta sindrome di Medea: la madre uccide il figlio per punire il compagno. Quindi un atto di vendetta». In altre parole, il bambino è utilizzato come un vero e proprio strumento, al fine di creare sofferenza o di attirare l’attenzione di chi è il vero oggetto di ostilità, spesso acuita prima dell’atto omicida da un ulteriore lite con il marito (Merzagora, 2003).

  • Un atto di altruismo verso il figlio: lo fanno per salvarlo. Poi, difficile concepirlo, ma ci sono anche gli “omicidi altruistici”, spinti paradossalmente dall’amore: è il caso delle madri che uccidono i figli nella convinzione di risparmiargli una vita brutta e piena di sofferenze.

  • Quei bambini indesiderati: la vergogna e l’ignoranza. Poi ci sono le madri che uccidono i figli non desiderati. «Quindi le motivazioni – sottolinea l’esperto - vanno rintracciate nell’immaturità della madre, che non si sente pronta ad affrontare la maternità o che è convinta di portare in grembo il “figlio della vergogna”, il quale la porterà a essere messa alla berlina dalla propria comunità». Una delle motivazioni più frequenti nei casi di bambini gettati nel cassonetto.

  • Figlicidio accidentale in cui non vi è l’intento di uccidere, ma è l’atto estremo come risultante dell’evoluzione della Sindrome del Bambino Maltrattato, la Batter Child Sindrome, un comportamento impulsivo spesso in risposta al pianto, alle urla o all’applicazione della disciplina. La categoria del figlicidio accidentale è la più grande o la seconda più grande nei campioni studiati in letteratura insieme ad un’altra tipologia di figlicidio caratterizzata da una patologia psichiatrica (McKee, 2006). Le madri che commettono un figlicidio di tipo accidentale hanno spesso un disturbo di personalità, una modesta intelligenza, irritabilità e un’incapacità a mantenere un lavoro stabile (Merzagora, 2003). Sono anche donne che provengono da famiglie numerose e/o che a loro volta sono state più probabilmente vittime di maltrattamenti nella loro infanzia. Queste esperienze possono condurre all’incapacità di sviluppare un sicuro legame di attaccamento nei confronti dei propri figli, fino a portarle nei casi estremi a commettere l’omicidio.

  • Maltrattamento velato si trova anche la Sindrome di Munchausen per Procura, in cui la madre inventa sintomi o segni che il bambino non ha o che lei stessa gli procura somministrandogli farmaci ad esempio, esponendolo di conseguenza ad una serie di accertamenti od operazioni, più o meno invasive, fino a procurargli la morte nei casi estremi (Bramante, 2005). Il comportamento adottato da queste madri è amichevole, collaborante e cordiali e difficilmente portano i medici a pensare di trovarsi di fronte ad una madre maltrattante. Il padre in questi casi è una figura piuttosto debole, ai margini della scena, assente sia fisicamente che emotivamente (Bramante, 2005).

LE CAUSE DI MORTE


Fra le cause criminali della morte del neonato, Hélio Gomes enuncia quelle più importanti per il medico legale (che si ritiene coincidano con quelle più frequenti):

  • Frattura delle ossa del cranio: possono essere provocate da colpi o da proiezione della testa contro una parete o il soffitto

  • Soffocamento (atto di soffocare e impedire la respirazione): può avvenire otturando la narice e la bocca con mani, guanciali o cuscini, oppure per mezzo dell’“abbraccio mortale”, ossia comprimendo il torace con il peso del proprio corpo; oppure ancora rinchiudendo il neonato in casse o bauli e più raramente interrandolo da vivo);

  • Strangolamento: può essere attuato per mezzo delle due mani causando anche il soffocamento oppure con un laccio, utilizzando anche il cordone ombelicale del neonato;

  • Annegamento: avviene quando il neonato è immerso in apparecchi sanitari o qualsiasi altro recipiente che contenga sostanza liquida;

  • Ferite: causate generalmente da strumenti taglienti che mirano alla mutilazione o a dilaniamenti per facilitare l’occultamento dei resti;

  • Bruciature: comunemente sono accidentali, tuttavia nell’infanticidio è frequente l’impiego del fuoco per occultare il cadavere, anche se l’utilizzo dell’acido si presenta in grado di neutralizzare un corpo di un adulto;

  • Avvelenamento: è considerata una modalità abbastanza rara pur sussistendo non di rado la possibilità si somministrazioni di sostanze in bocca attraverso spugne imbevute di veleno;


In caso di uccisione di più figli in un unico evento i mezzi lesivi utilizzati sono: asfissia per gas, accoltellamento, annegamento, uccisione con armi da fuoco (suicidio allargato). Indipendentemente da quanto riferito dalla letteratura internazionale, vediamo un caso di bassa soglia di tolleranza allo stress (immaturità: impazienza, sconforto, eventi stressogeni).


IN ITALIA, IN MEDIA UN FIGLICIDIO OGNI 10 GIORNI…


Nella nostra società moderna, dove i più piccoli rientrano nelle categorie maggiormente difese e tutelate grazie all’evolversi delle leggi degli ultimi anni, il figlicidio rientra fra quei delitti che produce nell’opinione pubblica un forte allarme sociale, sia perché queste azioni si verificano all’interno di un contesto per antonomasia definito “protetto” come quello familiare, sia per l’atroce efferatezza con cui spesso si manifesta l’omicidio. Eppure, in Italia è un fenomeno in forte aumento. Nel 2014 sono stati 39, uno ogni dieci giorni, il 77% in più rispetto al 2013 ed in grande crescita anche rispetto agli ultimi 15 anni (25 all’anno di media). Ad aumentare sono soprattutto i figlicidi con vittime sotto i 14 anni, passati da 9 nel 2013 a 24 nel 2014 (+166,7%). Il maggior numero di eventi si è verificato nel 2005 (sempre da statistiche sino all’anno 2006). Il fenomeno si manifesta prevalentemente nel Nord Italia con un’incidenza del 52% dei casi, a seguire il Centro Italia con una percentuale del 36% e infine il restante 12% si manifesta al Sud Italia. Considerando l’intero periodo 2000-2017 (e il 2018 è ancora fuori dal computo) sono stati 447 i figli uccisi da un genitore.


IN CONCLUSIONE


Le "Medea" dei giorni nostri cercano di autoconvincersi e di far credere agli altri di commettere il figlicidio per "altruismo", per "estremo atto d'amore", sottraendo i propri bambini ad ogni sofferenza e proteggendoli da un futuro di infelicità. In realtà l'atto è puramente egoistico, in quanto, in questo caso, l'eliminazione del proprio figlio avviene per non condividere o lasciare ad altri qualcosa che considera suo; non vedono il bambino come un individuo a sé stante, ma come un prolungamento della propria persona, la quale può deciderne vita e morte e utilizzarlo come strumento per nuocere e produrre disperazione nel proprio consorte.


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