I misteri del covo di Totò Riina

January 27, 2019

Parlando dell’intreccio tra mafia e politica che ha attraversato la storia del nostro Paese, non si può non citare l’inquietante vicenda della mancata perquisizione del covo di Totò Riina.

 

Di cosa si tratta? Vediamolo insieme.

 

Il capo dei capi viene arrestato a Palermo il 15 gennaio del 1993 dal capitano Ultimo e dai suoi uomini appartenenti al Ros, il reparto operativo speciale dei Carabinieri.

E’ lo stesso giorno in cui Giancarlo Caselli si insedia come procuratore capo del capoluogo siciliano, ed è un giorno storico per la lotta alla mafia: il primo vero riscatto dopo le terribili stragi del 1992.

 

Ma subito accade qualcosa di strano. 

 

Mentre infatti, come da prassi investigativa, Caselli sta disponendo la perquisizione del covo di via Bernini, in cui il boss si nascondeva, Ultimo arriva trafelato in Procura suggerendo di sospendere la perquisizione. 

Questo, secondo l’ufficiale, perché in questo modo, tenendo sorvegliato il covo, sarebbe stato possibile arrestare altri latitanti.

 

Caselli dà il suo benestare, pretendendo però che il covo venga sorvegliato h/24 dagli uomini del Ros.

 

Invece, il giorno stesso, i Carabinieri sospendono la sorveglianza e se ne vanno senza nemmeno avvisare la Procura.

Immediatamente i picciotti di Cosa Nostra ripuliscono l’appartamento e non si fanno più trovare, portando con sé documenti scottanti e tutto ciò che poteva essere utile alle indagini.

Caselli lo viene a sapere solo a fine gennaio; ovviamente va su tutte le furie, ma ormai è troppo tardi.

 

Il comportamento del capitano Ultimo è incomprensibile, sotto ogni punto di vista. 

 

Le sue giustificazioni lasciano perplessi: il furgone con l’apparecchiatura rischiava di essere identificato, gli uomini erano stanchi...Tutto ci può stare, ma solo a patto di informare subito la Procura e di procedere alla perquisizione prima di abbandonare l’appostamento.

 

Nulla di questo viene invece fatto. Perché? Difficile capirlo, anche in quanto gli uomini del Ros non sono certo così sprovveduti da  giustificare un errore del genere.

 

Per questa vicenda verranno processati per favoreggiamento alla mafia lo stesso Ultimo (alias Sergio De Caprio) e il suo superiore di allora, il colonnello Mori. 

Verranno però assolti, non perché i fatti non siano accaduti, ma poiché il Tribunale non ravviserà “dolo” nel comportamento del capitano.

 

Ovvero: la mancata perquisizione del covo effettivamente ci fu, ma mancano le prove della volontà di favorire Cosa Nostra.

Una sentenza che, come molte altre, lascia aperti molti misteri...Insieme andremo a indagarli nella serata del 13 Febbraio dedicata alla mafia e ai suoi legami con la politica.

 

Vi aspettiamo!

 

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