Il dialogo somatologico e i "modi di dire" del corpo

“Si guarisce da un male ritenuto un male. Il saggio non sta male. È il suo male che sta male. Per quanto lo riguarda, lui sta benissimo” (Lao Tze, Tao te King ,71)

 

Questo esergo ci potrebbe introdurre meglio al cuore del nostro tema, ovvero il rapporto che intercorre fra l’uomo e la “sua” malattia.

Per il modello medico, non è in questione il saggio ma la sua malattia, con l’equivoco di espropriare a priori l’uomo della possibile valenza evolutiva o comunicativa-relazionale del sintomo come possibile oggetto di scambio all’interno di un sistema sociale. Il sintomo assume l’unico significato di un accidente, un ostacolo da eliminare. Non è raro di conseguenza il malato guarito che si trova a rivendicare un altro sintomo come proprietà, magari l’unica, per essere nel mondo in cui non riesce altrimenti ad essere. La “vulnerabilità somatica” come forma di identità sociale, è una delle forme possibili di questo paradosso. 

 

Il modello del pensiero psicologico, tende a restituire al soggetto le sue responsabilità, dotando il sintomo di un significato psichico. “Non si guarisce dalla vita!” è in fondo la lezione freudiana. Ogni saggio – Freud sceglierebbe Socrate – ha un “suo” male, che si manifesta in una qualche specifica forma e misura di infelicità e malattia (psichica e/o organica). I principali modelli psicologici, sul versante della tecnica, comportano che lo psicoterapeuta si faccia parte attiva e facilitante di questo processo continuo di adattamento al suo “male di vivere”.

 

LA SOFFERENZA PSICOSOMATICA 

 

Il presupposto fondamentale della medicina psicosomatica è che l'uomo non sia considerato come una macchina, ma come “un tutto unitario, dove la malattia si manifesta a livello organico come sintomo e a livello psicologico come disagio” (U. Galimberti, 1987). È una visione integrata dell’uomo, secondo cui la cura della malattia deve tener conto del messaggio contenuto nel sintomo, senza quindi abolirlo, ma interpretandolo e cercando di rendere cosciente il paziente del suo significato.

 

“E allora che cosa ti interessa, nella vita? Mi domanda il caro zio. L’osservazione del mio corpo perché mi è intimamente estraneo. […] Per quanto approfonditi, gli studi di medicina non ridurrebbero questa sensazione di estraneità.” 

(Pennac, Storia di un Corpo, 2012, p. 82) 

 

Il miglior trattato di psicosomatica che io conosca è sicuramente infatti Storia di un Corpo di Daniel Pennac (2012), dove la medicina psicosomatica interroga la malattia come un fenomeno che può o meno interessare la mente oltreché il corpo e dove, nella ricerca del senso della sofferenza psicosomatica, il sintomo assume le peculiarità proprie di una narrazione attraverso cui il paziente esprime un sapere saputo ma di cui non ha consapevolezza. 

 

AVERE UN CORPO O ESSERE UN CORPO?

 

Nella pratica clinica, i pazienti insistono a dire che, da qualche parte, c’è un corpo che chiede qualcosa. Chiede cibo, chiede sonno, chiede amore, chiede attraverso il dolore, attraverso l’angoscia… chiede spesso in opposizione a chi lo abita, chiede cose proibite, chiede cose fuori luogo. Quando chiede, il corpo rivela, insomma, un certo ingombro; il che fa di esso quando chiede, qualcosa sempre di troppo o di troppo poco. Il fatto è che, sapere di avere un corpo non sembra proprio una cosa scontata. È quando il corpo chiede che, appunto, ce ne accorgiamo: per la maggior parte del tempo, infatti, non ci parla, è come se non ci fosse. Riteniamo di essere presumibilmente nel corpo, ma solo perché, in realtà, non ci rendiamo conto della differenza tra averlo ed esserlo.

 

Quando il paziente ne parla, è perché questo corpo gli sembra apparso all’improvviso, cogliendolo di sorpresa. Se il corpo appare all’improvviso allora prima dov’era? Certo detto così – ma sono i pazienti a metterla così – è come dire che, fino a un momento prima dell’apparizione, uno si viveva come disincarnato: “Beh, sì… prima di soffrire di Cefalea – incalzava Giovanna – il corpo c’era e non c’era. Non ci facevo così tanto caso. Ma adesso c’è. C’è di continuo. Il male non mi lascia un istante!”. Il male in corpo “non mi lascia”, come qualcosa di estraneo e di parassitante.

 

IL CORPO MI CHIEDE, MA NON MI PARLA…

 

A tal proposito trovo particolarmente interessante, una ricerca empirica nata nel 2005 dalla collaborazione fra l’Istituto di Psicosomatica Integrata e la Facoltà di Psicologia dell’Università degli Studi di Milano Bicocca, dove ci si è chiesti se le persone sanno di avere un corpo come componente essenziale del loro “essere nel mondo”. Se sanno cioè di avere una coscienza somatica: questo tradurrebbe la capacità di usare in forma consapevole ciò che accade nel proprio corpo come insieme di segnali e di strumenti di orientamento rispetto a ciò che accade nell’ambiente circostante e nella relazione con gli altri, “esserci attraverso il corpo”. 

 

“Intervistando più di 1000 soggetti fra persone sane e malate, ci siamo resi conto che, nella media, le persone, non sanno di avere un corpo in questo senso. Non hanno la consapevolezza che il loro corpo sia parte della loro stessa coscienza. I segni del corpo e il suo linguaggio sembrano, infatti, elementi estranei: la maggior parte delle persone non sa, ad esempio, che certi fenomeni come l’ansia e il o il panico hanno a che fare col corpo; pensano si tratti di condizioni esclusivamente psicologiche.”

(Psicologia Psicosomatica. L’atto psicologico tra codici del corpo e codici della parola, Riccardo Marco Scognamiglio)

 

Nelle nuove forme del sintomo dilaga sempre più il problema di un mutismo rappresentativo sul versante dell’espressione delle emozioni: il saggio è sempre più distante dal suo male e non sa più nemmeno che dirne. La difficoltà di leggere ciò che accade nel nostro corpo correla, infatti, con una particolare condizione psicologica definita “alessitimica”, che implica una incapacità specifica a riconoscere e a esprimere i propri vissuti emozionali. Vengono meno gli elementi di elaborazione, collegamento, comprensione ed espressione dei vissuti emozionali, ossia di ciò che accade all’interno di sé: il corpo non parla a chi lo abita! 

 

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