I comportamenti violenti nella realtà sanitaria psichiatrica

 

Fermiamoci un attimo e chiediamoci… 

cos’è la Violenza?

 

Il termine violenza dal latino violentia, deriva dal termine latino violentus che significa «violento».  

 

Secondo l’ONU, la violenza è identificabile come “qualsiasi atto che provoca, o può provocare, danno fisico, sessuale o psicologico, comprese le minacce di violenza, la coercizione e la deprivazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica che privata”. 

 

Altra definizione complementare è quella dell’OMS, che delinea la violenza come “l’utilizzo intenzionale della forza fisica o del potere, minacciato o reale, contro se stessi, un’altra persona, o contro un gruppo o una comunità, che determini o che abbia un elevato grado di probabilità di determinare lesioni, morte, danno psicologico, cattivo sviluppo o privazione”.

 

UN TUFFO NEL PASSATO

 

Fino all'entrata in vigore della legge 13 Maggio 1978 n.180, l'assistenza psichiatrica era regolata da un corpo di leggi che si trovavano raccolte in una pubblicazione dal titolo "Disposizioni e Regolamento sui Manicomi e sugli Alienati". Il termine alienazione, che si usava per definire la malattia mentale, rispecchiava il modo di considerare il malato come un individuo estraneo e pericoloso per la società. Sul rapporto individuo-società è intervenuto Franco Basaglia (1998) per sottolineare che: 

 

La società razionalizza l’alienazione dei “folli” trasformandoli in “malati” e ne cronicizza la condizione con l’istituzione manicomiale

 

La Legge 180 contiene indubbiamente aspetti innovativi e lodevoli: anzitutto la legislazione psichiatrica si trasforma da custodialistica e coercitiva a terapeutico riabilitativa. Il suo fine principale non è più quello di emarginare il malato, ma quello di tutelarne la dignità di uomo sofferente e il rispetto del suo diritto alla salute. In secondo luogo, la riforma psichiatrica sancisce la parificazione tra l'infermo fisico e l'infermo di mente, cui finalmente la legge fornisce la possibilità di essere ricoverato non più nel ghetto dell'istituzione psichiatrica, bensì all'interno della struttura ospedaliera pubblica.

La Legge 180 si caratterizza inoltre, sotto il profilo del rispetto per i diritti umani e civili, per l'abolizione del concetto di pericolosità che fino al '78 era insito nella malattia mentale e che aveva portato fin dal 1904 ad aberrazioni quali l'internamento definitivo e la perdita dei diritti civili, che tanto avevano contribuito ad avvicinare l'alienato al criminale. 

 

Ma il punto cardine della 180 riguarda il cosiddetto TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio): scompare definitivamente il ricovero coatto stabilito sulla base di un unico certificato medico attestante la pericolosità dell'infermo e attuato grazie all'intervento dell'Autorità di Pubblica Sicurezza, cui faceva seguito, su mandato del Magistrato, il procedimento giudiziario finalizzato all'internamento definitivo del malato con relativa perdita della sua capacità di agire. 

 

Con la nuova legge il malato di mente passa dalla gestione giudiziaria alla gestione sanitaria.

 

OGGI… UN ARGOMENTO INTERESSANTE QUANTO INESPLORATO!

 

Cosa sappiamo circa il fenomeno della violenza all'interno dei contesti sanitari di cura e riabilitazione psichiatrica, nella contemporanea considerazione del fenomeno a tutto tondo, ovvero in tutte le sue possibili direzioni di propagazione? 

 

Nel panorama italiano, in linea con quanto accade nel resto d'Europa, non sono molte le pubblicazioni sulla rilevazione di comportamenti violenti in ambito sanitario, in particolare psichiatrico e, tra queste, una larga maggioranza tratta l'analisi dei comportamenti violenti messi in atto dal paziente psichiatrico nei confronti dell'operatore sanitario, in una direzione apparentemente univoca. 

 

Il CVP, comportamento violento sulla persona, inteso nella sua specifica definizione giuridica, compiuto da un paziente psichiatrico a danno di terzi, è uno degli eventi più drammatici e dolorosi sul piano umano che possono occorrere nella pratica clinica, e permane una delle cause più frequenti di incriminazione penale e di responsabilità civile del curante. La responsabilità professionale dello psichiatra nei confronti di un paziente a rischio di CVP è un tema ricco di criticità, con interpretazioni contrastanti della buona pratica clinica, delle leggi e della giurisprudenza.

 

La maggior parte delle pubblicazioni sul tema riguarda, infatti, la particolare forma della violenza agita dal paziente psichiatrico nei riguardi degli operatori sanitari ed, in particolare, la rilevazione di forme di violenza in reparto, importante sia per comprendere l'ampiezza del fenomeno che per un management adeguato da parte degli operatori. Si è visto, in accordo, come la tendenza a considerare gli episodi di violenza parte integrante del lavoro sia inefficace tanto per la cura e riabilitazione del paziente quanto per il know how professionale dell'operatore. 

 

E UN DOMANI CHE FAREMO?

 

È indiscutibile, tutt’ora, la presenza di una significativa difficoltà ad individuare trattazioni riguardanti la percezione della violenza all'interno delle strutture sanitarie, sia come dato di prevalenza, sia come concretizzazione della percezione alta o bassa del riconoscimento del costrutto nell'ambiente di lavoro (Ferrari et al. 2001; Magnavita et al. 2011; Cacciatore et al. 2017). Lavorare sulla percezione della violenza da parte degli operatori vorrebbe dire approfondire il tema attraverso considerazioni circa l'analisi e l'eziologia del costrutto, ovvero: multifattorialità e bidirezionalità. 

 

In altre parole, con la premessa dei dati sulla prevalenza del fenomeno, è necessario estendere l'analisi ai fattori costituenti e precipitanti della violenza, al fine di orientare l'intervento in modo consono. Ciò si traduce in un'analisi delle componenti biologiche e situazionali del paziente che concorrono all'agito violento e in uno studio dell'agito stesso, non esclusivamente come acting out di una patologia mentale ma come possibile reazione ad una vastità di fattori predisponenti, anche imputabili alla condotta professionale degli operatori. 

 

La considerazione di aspetti nuovi che spaziano da una migliore conoscenza dei luoghi sanitari di diagnosi e cura psichiatrica alle nozioni di psicologia del lavoro circa la relazione tra soddisfazione e prestazione lavorativa, potrebbe portare ad un miglioramento tanto teorico quanto applicativo, nella specifica cornice del reparto sanitario, emblema del connubio tra teoria e pratica (Henk et al. 1999).

 

Chiudiamo con una frase, di Èlie Wiesel: 

Ho giurato di non stare mai in silenzio, in qualunque luogo e in qualunque situazione in cui degli esseri umani siano costretti a subire sofferenze e umiliazioni. Dobbiamo sempre schierarci.

La neutralità favorisce l’oppressore, mai la vittima.

Il silenzio aiuta il carnefice, mai il torturato

 

 

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